DOPO MESI DI BUONA CRESCITA LA CRISI COLPISCE ANCHE IL SETTORE CALZATURIERO ITALIANO

CLETO SAGRIPANTI, PRESIDENTE ANCI: “CONSUMI ITALIANI FERMI E MERCATO EUROPEO PENALIZZANO IL SETTORE, CHE SI PREPARA A MESI DIFFICILI”

Lo scorso anno la parola d’ordine per i calzaturieri era “consolidare la crescita” perché di crescita (e buona crescita che portava occupazione) si parlava e perché si era percepito che purtroppo su quella crescita gravavano ombre di incertezza. Oggi la parola d’ordine è cambiata: cercare nuovo slancio. Nuovo slancio significa non solo risolvere aspetti che la congiuntura ha fatto svoltare in modo negativo, ma anche affrontare problemi strutturali come la riforma fiscale italiana e la nuova visione di Europa che ci prestiamo a varare in questo decennio.

In sintesi la situazione descritta nell’indagine dell’ufficio studi di ANCI, Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani - che, come ogni anno, ha promosso una rilevazione sulle proprie aziende associate - ha confermato le preoccupazioni già emerse in precedenza.
I primi nove mesi del 2012 sono stati caratterizzati da una marcata contrazione dei consumi nazionali, già depressi dalla stagnazione dell’ultimo quadriennio, e, fatto certo più preoccupante, da un rallentamento delle vendite all’estero, soprattutto sui mercati dell’Unione Europea. Così se fino ad oggi l’export aveva sostenuto il fatturato delle aziende, con il passare dei mesi quest’ultimo ha perso vigore, pur rimanendo ancora in crescita (+3,9% nei dati ad oggi disponibili, riferiti ai primi 8 mesi).

“Le imprese calzaturiere - spiega Cleto Sagripanti, presidente di ANCI - si trovano a dover affrontare, ancora una volta, una fase complessa, in cui il deterioramento della congiuntura internazionale sommato alla crisi dei consumi e al clima di incertezza, anche politica, in Italia, raffreddano occupazione e investimenti. La produzione che aveva ripreso a crescere nel post 2009, ha cominciato a contrarsi nuovamente. L’aspetto più preoccupante è la profondità di questa crisi e la sua diffusione. Il 61% del campione intervistato ha sperimentato una contrazione e per il 46% dei casi si è rivelata superiore al -5%. Si tratta cioè di una situazione generalizzata e che poco ha a che vedere con la competitività delle imprese. È semmai, come diciamo da tempo, una crisi di competitività del sistema”.

Dalla nota e dalle risposte fornite dal campione di aziende associate ANCI emerge quindi un calo tendenziale stimato della produzione, per i primi 9 mesi del 2012, del 4,8% in quantità che, combinato alla dinamica dei prezzi (+2,4% sull’interno e +3,3% sui mercati esteri), risulterebbe in valore pari al 2,1%.

“A differenza dello scorso anno - continua il presidente di ANCI - siamo a commentare una situazione complessivamente negativa, caratterizzata da un mercato estero che continua ad essere positivo, premiante per le aziende italiane che hanno saputo reinventarsi, ma che inequivocabilmente dà segnali di difficoltà. Nei primi 8 mesi del 2012 si registra un incremento del 3,9% in valore, ma anche una flessione non trascurabile in termini di volume del 7,7%. Il raffronto con quattro anni addietro, prima dell’ultima crisi economica, ci dice che le esportazioni 2012 risultano superiori del 7,9% in valore, ma anche che i volumi sono al di sotto dei livelli di allora (2008) del 6,9% in quantità”.

In totale sono stati esportati, tra gennaio e agosto, 152,5 milioni di paia (circa 12,6 milioni in meno rispetto all’analogo periodo del 2011) per un valore – ancora una volta record – di 5,36 miliardi di euro, comprendendo come sempre tali cifre anche le operazioni di pura commercializzazione.
Il deterioramento del mercato estero in questi ultimi mesi è stato significativo: nel primo trimestre 2012 l’incremento dell’export era stato del 5,7%, nel secondo 3,8% per poi arrivare nel bimestre estivo luglio-agosto ad un modesto 1,4%, mentre i dati preliminari di settembre mostrano addirittura una contrazione.

PIÙ EUROPEA, MA QUALE EUROPA?
L’Unione Europea, cui sono dirette 7 calzature italiane su 10 esportate, risulta l’area di destinazione più colpita dalla crisi, con un calo del 12,5% in quantità e del 4,7% in valore rispetto a gennaio/agosto 2011: Germania, Paesi Bassi e Austria mostrano flessioni in volume nell’ordine del -15/20% (percentuali che in valore si attestano tra il -8% e il -10%). Cali a doppia cifra, sia in volume che in valore, anche per Spagna, Polonia e Grecia. Arretrano del 9% i volumi diretti in Francia, nostro primo mercato di sbocco, che registra però un +1,2% in valore.

“Oggi il mercato europeo sta soffrendo come il mercato interno - sottolinea il presidente di ANCI Cleto Sagripanti - e questo finisce per connotare negativamente tutta la congiuntura del settore. Ma vogliamo andare al di là del semplice commento congiunturale del mercato: vogliamo porre con forza in questo momento una domanda. Quale idea di Europa vogliamo portare avanti? Siamo e rimaniamo europeisti convinti, ma non possiamo immaginare un’Europa deindustrializzata che non sa e non vuole difendere le proprie produzioni, che non sa e non vuole portare avanti l’idea di una etichettatura di origine per i prodotti importati. Contare di più in Europa come paese fondatore significa poter incidere sulla concezione di Europa dei prossimi anni: su questo non dobbiamo transigere se vogliamo costruire un’Europa in cui le centinaia di migliaia di piccole imprese manifatturiere e i loro lavoratori si vogliono riconoscere”.

SPENDING REVIEW NON VUOL DIRE TAGLIARE, MA SPENDERE MEGLIO
Per quanto riguarda le esportazioni di calzature verso i paesi extra-europei, prosegue il buon momento di Russia (+17,1% in valore e +11,2% in volume) e Kazakistan (+30% in valore); meno brillante, ma comunque ancora favorevole nonostante la frenata, il trend dell’Ucraina (+6,7% in valore e +0,2% in quantità). Sempre decisamente positivi i risultati nel Far East, che segna globalmente un +28,4% in valore (con Giappone +16,5%, Hong Kong +26,5%, Cina +60% e Sud Corea +36%) e in Medio Oriente (+16,7% in valore, con Emirati +16,3% e Arabia +25%). L’aggregato “Cina+Hong Kong” si conferma il nostro settimo mercato di destinazione, con oltre 252 milioni di euro complessivi.

“Questi risultati sono il frutto degli sforzi congiunti delle singole imprese - sottolinea Sagripanti - e delle innumerevoli iniziative promozionali lanciate da ANCI e già sostenute in passato anche dal Governo Italiano con ICE e oggi speriamo con la nuova agenzia ACE. In Russia siamo presenti da anni e in Cina stiamo lanciando, dopo una serie di iniziative di carattere nazionale, theMICAM Shanghai, il primo evento internazionale dedicato alla calzatura e all’articolo di pelletteria di fascia medio-alta e alta nel Paese, in cui ovviamente l’elemento trainante e qualificante non potrà che essere il made-in-Italy. È giusto mettere sotto controllo la spesa e tagliare quella improduttiva, ma occorre saper guardare con grande attenzione le singole voci per non commettere errori come è stato quello di eliminare l’ICE, finendo per buttare il bambino con l’acqua sporca”.

CRESCITA PER I CONSUMI, CONSUMI PER LA CRESCITA
Se la domanda estera appare in difficoltà crescente, almeno quella di provenienza continentale, ancora più depressa è la domanda interna, che non solo fa registrare un risultato negativo, ma annovera tale risultato dopo un ciclo di stagnazione-contrazione che dura ormai da quattro anni. I consumi di calzature – secondo il Fashion Consumer Panel di Sita Ricerca – hanno subìto nei primi 9 mesi del 2012 una flessione media del 3,8% in volume, e del 4,2% in termini di spesa. I deterioramenti della domanda più marcati si sono registrati per i segmenti “donna” (-5,0% sia in quantità che in valore, ma con punte attorno al -10% per le scarpe basse da passeggio) e “bambini-ragazzi” (-5,4% in spesa) che sono storicamente quelli meno sensibili alle fasi congiunturali. Conseguentemente sul versante dell’import si registra un calo tendenziale del 13,1% in volume e del 3,8% in valore (+10,8% i prezzi medi). La debolezza del mercato interno ha causato una frenata nei flussi in entrata: nei primi 8 mesi sono stati importati 225,5 milioni di paia, 34 milioni in meno rispetto al 2011.

“Il fattore crescita è oggi fattore prioritario per qualunque politica industriale e per qualunque politica economica; non possiamo più permetterci di non crescere o una fase lunga di consumi depressi - sottolinea il presidente di ANCI. Ma non si può neanche trovare facili scappatoie; occorre invece una crescita costruita su basi solide, sulla competitività delle imprese e sulla produttività del lavoro. Allo stesso tempo bisogna capire che non contano solo le manovre, ma anche la sequenza temporale di queste manovre. Spostare il carico fiscale delle imposte dirette a quelle indirette rappresenta un tema su cui fare una seria riflessione. Tuttavia, oggi far crescere l’IVA rischia di deprimere ulteriormente i consumi in una situazione già compromessa. Per l’86,7% delle imprese rispondenti all’indagine ANCI, l’aumento dell’IVA costituirebbe un ulteriore fattore di depressione dei consumi”.

OCCUPAZIONE E CUNEO FISCALE
Dalla nota dell’Ufficio Studi di ANCI, si desume che la dinamica congiunturale sfavorevole si è ormai tradotta in una contrazione dell’occupazione e in una maggiore mortalità delle imprese: “É proseguito infatti – si spiega nella nota - l’andamento negativo nel numero di imprese attive, sceso a 5.414 unità: 192 calzaturifici in meno rispetto ai 5.606 di dicembre 2011, pari al -3,4%. Il numero di addetti si è attestato a 80.273, con un calo di 652 unità (pari al -0,8%) rispetto a dicembre 2011 (quando erano 80.925), restando però leggermente al di sopra delle cifre di fine 2010 (quando gli occupati erano 80.153).”

“Siamo stati per diversi mesi uno dei pochi settori del made-in-Italy che cresceva e che produceva occupazione anche in una fase economica complicata - ricorda Sagripanti. Oggi però le imprese hanno chiare difficoltà a assorbire, da sole, il pesante calo della produzione. La priorità assoluta è chiaramente quella di alleggerire la fiscalità sulle imprese, ma prima di tutto sul lavoro, sia in termini di cuneo fiscale che in termini di IRAP. Sappiamo che non sarà possibile nell’immediato, ma dobbiamo puntare a che questo miraggio, più volte fatto intravedere dalla politica, diventi finalmente realtà. Interrogati infine sulle politiche fiscali che potrebbero maggiormente aiutare il settore a superare le difficoltà dell’attuale momento congiunturale, le nostre imprese per il 74% dei rispondenti hanno indicato come prioritaria proprio la riduzione del cuneo fiscale”.

ULTERIORI OMBRE SI PROFILANO SUI MESI A VENIRE
L’indagine delinea un quadro congiunturale non positivo: il terzo trimestre ha evidenziato un peggioramento in tutte le variabili settoriali e tale scenario troverà conferma nei dati dell’ultima frazione dell’anno, come dimostra la scarsa tonicità della raccolta ordini. Dopo i recuperi del biennio 2010/2011, la produzione e i volumi esportati hanno fatto segnare nel 2012 un nuovo arretramento; i consumi delle famiglie hanno subìto una pesante flessione; gli indicatori sulla forza lavoro, dopo l’inversione di tendenza del 2011, sono tornati di segno negativo, pur se gli sforzi delle imprese hanno permesso sinora di contenere le perdite di addetti, risorsa imprescindibile per un settore che ha da sempre nella manodopera qualificata uno dei punti di forza. L’unica indicazione favorevole proviene dall’irrobustimento del saldo commerciale, grazie alla tenuta delle vendite estero in valore ma, soprattutto, alla battuta d’arresto delle importazioni.

Le previsioni relative alla prima metà del 2013 appaiono infatti di nuovo improntate al pessimismo: una quota non trascurabile degli imprenditori intervistati si aspetta un peggioramento nei risultati produttivi (37%) e nella raccolta ordini domestica (50%). Meno penalizzanti, ancora una volta, le indicazioni dai mercati internazionali: sebbene il 22% dei rispondenti preveda nel primo semestre un arretramento degli ordinativi, il 41% si attende stabilità, con un buon 37% del campione che si dice ottimista sulla raccolta oltre confine.

“La fase recessiva attraversata dall’economia nazionale - conclude il presidente di ANCI Cleto Sagripanti - e la persistente debolezza di quella mondiale hanno influenzato negativamente l’andamento delle vendite di calzature in molti tradizionali mercati di sbocco. È salita ancora la percentuale di aziende che lamenta ritardi negli incassi e quella che denuncia tensioni di liquidità. Si tratta di un ulteriore elemento di riflessione anche per la politica. Ormai sono molti gli imprenditori italiani che rinunciano a lavorare sul mercato domestico perché la possibilità di non incassare o di vedere ricusata la merce con pretesti ingiustificati è ormai diventata altissima. Disciplinare i termini di pagamento e farli rispettare è oggi diventata una priorità assoluta anche per avviare una battaglia etica, che non è meno importante di quella della lotta all’evasione. Certo in questo aspetto lo Stato non può essere di cattivo esempio e deve necessariamente risolvere il proprio debito verso le imprese fornitrici. La crescita economica e la moralità si recuperano anche in questo modo”.